Marrakesh

“Quando ci sentiamo sopraffati dal fuggire dall’esperienza ci rivolgiamo a un’immagine: ci teniamo stretti a ciò che non muta e così riusciamo a far affiorare ciò che muta perennemente.” Elias Canetti, Le Voci di Marrakesh

 

 

 

 

Canetti ci parla del suo incontro con questa città di colori e di suoni, con la sua umanità variegata, abituata all’incontro, chiassosa, invadente, lucente. Marrakesh è un’oasi, un approdo nel deserto infuocato, un susseguirsi initerrotto di palme, al riparo delle sue mura fortificate. Le voci, le voci di Marrakesh, sono voci che corrono lontano, che attraversano il deserto, che svegliano i cammelli e li fanno piangere di struggimento, che attraversano le tende dei nomadi, che si insinuano nelle stradine della Medina. Sono voci che corrono e che nella loro corsa ti afferrano, cercano proprio te, ti riportano indietro, ti riportano dentro.

 

 

Tento di raccontare qualcosa, ma subito ammutolisco e mi accorgo di non aver detto ancora niente. Una sostanza meravigliosamente lucente che non riesce a fluire rimane dentro di me e si fa beffe delle parole. Sarà per la lingua, che là non capivo e che ora, a poco a poco, deve tradursi in me? Si trattò di avvenimenti, immagini, suoni, il cui senso si formò allora, ma che non furono percepiti né definiti per mezzo delle parole, stanno al di là delle parole, e sono più profondi e più ambigui delle parole.”

Il fumo dei braceri che bruciano incenso si mescola a quello dei kebab arrostiti per strada. I turisti vagano imbambolati, stregati, irretiti dai venditori di ogni genere di mercanzie, per le viuzze della Medina, nell’enorme mercato che rappresenta tutta la città. Rossi in viso, con i loro pantaloni corti e le visiere che non riescono a metterli al riparo dal caldo, sorridono grati al mercante che li piazza sui suoi sgabelli con un the alla menta in mano e volentieri si fanno imbrogliare, pagando dieci volte di più il suo valore qualunque cosa acquistino.

 

 

 

E la sera scende nel cuore la consapevolezza della recita, della finzione magnifica, dello scenario fantastico che nasconde, agli occhi del viaggiatore frettoloso, la realtà quotidiana di questi attori consumati: la loro vita vera che è altrove, in qualche stradina, lontano da Jama’a El Fna.

 

 

Tanja Marraksha

1 ½ kg di carne di montone (o agnello), 6 spicchi di aglio interi, 2 cucchiai di cumino, 1 pizzico di zafferano, 1 limone tagliato in 4, 1 cucchiaio di “ras el hanout”, 50/100 gr di smen (burro invecchiato), 1 bicchiere d’acqua

Il Ras el hanout (Arabo: رأس الحانوت letteralmente: “capo della drogheria”) è una miscela di circa 30 diverse piante (non esclusivamente spezie) diffusa in tutto il Nordafrica. Può considerarsi il parallelo nordafricano del curry. Ci sono tre tipi di miscele di Ras el hanout: Lamrouzia, L’msagna e Monuza. La formulazione classica comprende: noce moscata, cannella, macis, anice, curcuma, pepe rosa, pepe bianco, galanga, zenzero, chiodo di garofano, pimento, cardamomo nero, cardamomo verde, boccioli di rosa, lavanda. Ma siccome appunto è il “capo della bottega” che lo prepara, ognuno lo puo’ variare a proprio piacimento.

 

 

Si mette tutto nello tanja, la pentola di terracotta nella quale va cotta la carne, si lascia macerare una notte, si mescola bene e si mette in forno. E se vicino a casa c’è un hammam, è in quel forno che si cuoce.

 

 

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