Khorakhanè: la plecinta

I barval pudela çaje,
O brshm perela.
Me tut adzukarava çaje,
Mande te ave.

Aaa tuke ka merav
Aaa sona aveja (x2)

Dikava tut sar aveja,
Pe mande asaja,
Me prastava anglal tute,
Te chumide man.

Aaa tuke ka merav
Aaa sona aveja (x2)

pe ulica Sa bandjova
Tut me dzakerava,
A tu na aveja chaje,
Tuke ka merav.

Aaa tuke ka merav
Aaa sona aveja (x2)

Il vento soffiava, ragazza 

e la pioggia cadeva

ti aspettavo, ragazza, che tu venissi da me

 

 

La chiamano Zelnik, torta, io la chiamo plecinta perché cosi’ la chiamano quelli che me l’hanno insegnata. E’ uno di quei piatti che quando lo vedi fare la prima volta ti sembra impossibile da replicare. Poi invece tutto è possibile, con un po’ di pratica. Si mangia con le mani, insieme, come è insieme, sempre, che i Rom trascorrono la loro vita.

“È colmo il calice della mia vita
È colmo d’amarezza
Goccia dopo goccia
Cola la mia anima dagli occhi del cielo
Mentre il cuore rimbalza da cielo a terra
Vuoto e straziato
Nel buio cerco un appiglio
Per non assopirmi
Nella culla dell’oblio”

( “Amarezza”, in Paula Schöpf, La mendicante dei sogni, Bolzano, Atelier grafico, 1997, p. 24. 4
Dalla poesia “Stanchezza”, in La mendicante dei sogni, p. 10.)

 

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“Noi siamo Khorakhanè Janbazi, di Macedonia, facevamo con i cavalli. Siamo arrivati dalla Germania, prima con tenda, poi cambiato sempre, ora bene qui, per pezzettino di pane.”

Khorakhanè Janbazi, me l’hanno insegnata loro. I discendenti di quelli che vissero nell’anno 1000 dell’impero Turco-Karakhanide dell’Asia centrale. Dalla Macedonia, negli anni ’80

C’è stato un tempo in cui bianco era bianco,
nero era nero, e le parole significavano solo
una cosa. Ma ora che gli anziani sono
morti … lo zingaro è perduto. (Rm Havati)

 

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Hanno messo insieme tutti gli zingari. 
Li hanno costretti nei campi. Staranno bene,
avranno tutto, ma non avrei voluto avessero fatto 
in questo modo.

Si finisce per essere come
la torre di Babele; stavano costruendola insieme e poi ad un certo punto
non potevano più capirsi.
Sono stati divisi e la torre è crollata. E’ lo stesso con il Rom, che
non si capiscono più.
(Rm Havati)

 

 

Dunque la plecinta.

600 g. Farina 
380 g. Di acqua
8 cucchiai olio d’oliva
2 cucchiai aceto
1 cucchiaino sale

La pasta si lavora bene, non deve essere troppo dura, anzi! Piuttosto morbida ma non appiccicosa. Si divide la pasta in palline, tutte più o meno uguali e si appiattiscono, anche con le mani, non c’è vera necessità del mattarello. Si ungono con un po’ d’olio e si mettono una sull’altra. Si lasciano riposare per una mezz’ora. Passato questo tempo, si riprendono e una a una si stirano delicatamente con le mani, fino a che non siano quasi trasparenti. Se ci dovesse venire qualche buco, sarebbe meglio di no, non è una rovina. Questa operazione di “allargamento” è meglio farla su un canovaccio perché poi sarà più facile arrotolare le sfoglie, tirando a sé leggermente il canovaccio, come si fa per lo strudel, per capirci. Il risultato di ogni pallina è una sottilissima pasta:

 

 

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Si arrotola cioè ogni pallina “stirata” e si dispone a spirale, in una teglia. Dentro, come ripieno, si puo’ mettere quasi di tutto: carne macinata, cotta con cipolle lasciate prima stufare e aggiunta di paprika piccante; spinaci e ricotta, ricotta da sola, crauti come quella nella foto, ma anche “vuota”, senza ripieno dentro è buonissima. E poi, in forno caldo, 200°, fino a che non è dorata.

 

 

Abbiamo sempre vissuto fra di noi, sempre da soli. Noi non vogliamo essere in un campo. Io preferisco stare da solo con la mia famiglia, i miei figli, i miei parenti … non con persone che non conosco bene, perché se
prima o poi una lotta dovesse accadere, non mi piacerebbe! (Romni Havati)

 

musicians

 

(Grazie a Anna Rita CALABRÒ – WHEN ETHNIC IDENTITY BECOMES A PRISON: THE CASE OF THE ROMA
COMMUNITY IN ITALY

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