La sopa barbeta

Nel 1176 Valdo, (detto poi Pietro Valdo), riformatore religioso, (n. 1140 ca.-m. 1217) ricco mercante a Lione, cedette i propri beni e iniziò a predicare il ritorno alla povertà evangelica, diffondendo il Vangelo nella traduzione in volgare e dando vita al movimento dei Poveri di Lione. Studiando i Testi Sacri la comunità sollevò dubbi circa l’interpretazione che la Chiesa di Roma dava degli stessi. Furono immediatamente accusati di eresia. Espulso da Lione il fondatore, dopo la condanna da parte del sinodo di Verona (1184), i  seguaci di Valdo si dispersero in Provenza, Piemonte, Lombardia, Fiandre, Germania, Spagna, Inghilterra. Nelle valli intorno a Pinerolo, in Piemonte, la nuova dottrina protestante trovò ampi consensi e molti Comuni della zona aderirono alla Riforma protestante del 1532.

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Nel 1561 la Chiesa di Roma si adopera per distruggere le comunità valdesi in Calabria, utilizzando contingenti spagnoli e l’onda repressiva non poteva trascurare quella che era diventata una delle “roccaforti” valdesi: le Valli pinerolesi. Nelle Valli i valdesi si accordarono con il duca Emanuele Filiberto di Savoia e firmarono il Trattato di Cavour. La popolazione valdese fu costretta allora entro confini rigorosi, nei quali furono liberi di esercitare il proprio culto, ma non durò  a lungo. Nel 1655 il massacro della popolazione valdese sarà ricordato come “Le Pasque piemontesi”. Il marchese di Pianezza occupò le Valli massacrando quasi duemila valdesi che guidati dal contadino Giosuè Janavel di Rorà opposero un’eroica resistenza. Le fonti storiche parlano di circa 1700 persone, di ambo i sessi, uccise. Le comunità valdesi europee, inorridite da tale massacro, si adoperarono diplomaticamente per raggiungere quella che è nota come Pace di Pinerolo: il duca Carlo Emanuele II di Savoia autorizzò la libertà del culto valdese all’interno del territorio assegnato, vero e proprio ghetto, ed esentò i valdesi dal pagamento delle tasse per cinque anni.

Trent’anni dopo però Vittorio Amedeo II, su pressione del re di Francia Luigi XIV, vietava in modo definitivo il culto protestante; le truppe franco-piemontesi attaccarono la resistenza valdese e fu un nuovo massacro: 3000 morti e circa 9000 furono gli arrestati. Chi accettò di abiurare ebbe salva la vita; gli altri furono costretti all’esilio in Svizzera e in Germania.

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Il desiderio di ritorno dei valdesi piemontesi non si esaurì mai e nell’agosto del 1689 riuscirono nel loro intento con quella che ancora oggi viene chiamata la Gleurieuse Rentrée, il Ritorno Glorioso: più di novecento tra valdesi e ugonotti, guidati dal pastore Enrico Arnaud, si mossero dalla Svizzera e in quindici giorni, superando le Alpi, lottando contro gli eserciti di Piemonte e Francia e contro l’ostilità di alcune popolazioni locali, arrivarono a Bobbio Pellice, dopo aver affrontato un sanguinoso scontro nella Val di Susa. Non era ancora finita l’odissea dei Valdesi: nel Settecento Vittorio Amedeo II scatenò una nuova repressione e solo nel 1848 Carlo Alberto accettò di sottoscrivere le cosiddette “Lettere patenti”: i valdesi poterono finalmente ottenere diritti politici e civili ponendo fine a secoli di discriminazioni.

Durante gli anni dellla repressione dalle valli piemontesi della Val Pellice partivano i pastori predicatori, i barbèt, appellativo che letteralmente significa zio nella parlata locale e che con il tempo andò ad indicare una persona alla quale tributare rispetto e per estensione così furono chiamati i Valdesi delle valli piemontesi. I barbèt, in assoluta clandestinità, viaggiavano per tutta Italia cercando i resti della Comunità e mantenendo i contatti tra gi esiliati, riuscendo in questo modo a salvare tradizione religiosa e spirito di comunione.

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La cucina praticata in condizioni climatiche dure e in clandestinità risentiva della povertà degli ingredienti disponibili: maiale, scarti del formaggio, bacche ed erbe spontanee, pane raffermo. Dice lo chef Walter Eynard: “Noi siamo il popolo con la valigia. La nostra è una cucina di povertà: nel nostro ‘esilio alpino’ mangiavamo tutto quello che si muoveva, dalle rane alle lumache, sfruttando erbe e bacche”. Nasce così la Supa Barbeta, una minestra riservata ai giorni di festa perché utilizza il brodo di carne, formaggio e spezie.

Ecco la ricetta, da La montagna insegna. Saperi e sapori delle vallate alpine. A cura di Marcella Filippa. Daniela Piazza Editore. Torino, 2009:

• 500 gr di grissini o pane raffermo,
• 300 gr di toma fresca,
• 100 gr di burro,
• 2 litri di brodo di carne,
• 2 foglie di cavolo verza,
• spezie miste: chiodi di garofano, noce moscata, cannella.

Ungere di burro il fondo di un tegame di terracotta, o meglio ancora di una “basina” di rame, e ricoprirlo con le foglie di cavolo; sistemarvi sopra uno strato di grissini e di pane raffermo a pezzetti, coprire con un po’ di toma fresca a dadini, qualche fiocco di burro e insaporire con un pizzico di spezie in polvere. Ricoprire con un altro strato di grissini e pane, uno di formaggio, fiocchetti di burro e spezie fino a esaurimento degli ingredienti.
Bagnare con il brodo e cuocere a calore moderato per circa due ore senza mai rimestare. Servire molto calda con burro spumeggiante insaporito da qualche chiodo di garofano.

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Il cristiano è un uomo che canta, la cristiana è una donna che canta. (Pastore valdese Paolo Ricca)