Sono malato di spaghettite

“Ho Ia cucina neI sangue. II quale, penso, comprenderà senz’aItro gIobuli rossi e gIobuli bianchi, ma neI mio caso anche una discreta percentuale di saIsa di pomodoro. Io ho iI vizio deI fornello. Sono malato di spaghettite. Per me Ia cucina è Ia stanza più shocking della casa. Nessuno più di me capì l’ermetismo di Quasimodo: per una oIiva pallida io posso realmente delirare. Conosco Ie entrate di servizio e i cuochi dei migliori ristoranti d’Europa.”

A tavola con Ugo

(di Laura Ravaioli)

Tognazzi I’ho conosciuto, ancor prima che come attore o regista, come appassionato e “autore” di cucina, quando in una libreria, esattamente vent’anni fa, nel 1982, sono rimasta colpita dalla vivacità dei colori che componevano la copertina del suo libro “Il rigettario”. Fu amore a prima vista, la pulsione all’acquisto immediata, era il secondo libro di cucina che compravo dopo I’Artusi. Mi conquistò immediatamente la delicatezza, la personalità intima dell’autore che traspariva dalla lettura delle ricette, quel modo un po’ artusiano di scrivere, dove gli ingredienti e la lavorazione sono arricchiti da episodi personali, riferimenti storici, sensazioni. Lo stesso Tognazzi “delicato”, che ha un modo tutto speciale di affrontare i dolci, lo prediligo anche nei film; alle opere “forti” quali “La grande abbuffata” preferisco la tenerezza e la sensibilità de “Le ore dell’amore”, la personalità civile e I’attore serio e morigerato de “Il commissario Pepe”. L’ho scoperto da grande, e questo è stato un bene perché Ugo è per me un autore e attore da adulti, possiede delle sfumature malinconiche e delle impronte caratteriali che si possono apprezzare pienamente solo con la maturità. Era un grande narratore, il suo carattere entra prepotente nelle ricette. Con simpatia e affabulazione è stato un grande innovatore, ha portato in particolare dall’Oriente ingredienti e sensibilità diverse, anticipando di molto quella che poi sarebbe divenuta la moda dei ristoranti cinesi. Per lui la cucina era vera espressione culturale, accanto dunque agli ingredienti rivestono grande importanza gli utensili, i piatti, le decorazioni, i nomi e naturalmente i compagni di tavola. «…In questo mio rapporto d’amore con la cucina non ho né mediazioni né prescrizioni: io sono il creatore della scena e il suo esecutore, il demiurgo che trasforma le inerti parole di una ricetta in una saporita e colorata realtà… La mia è una cucina d’arte. La soffro come pochi. Ed è per questo che do un importanza fondamentale anche alla scenografia che l’accompagna, all’atmosfera che la circonda, a tutto quel flusso di sensazioni piacevoli che ti provengono dalla memoria o dall’ambiente, e che investono prepotentemente il piatto che hai davanti, arricchendolo di antichi sapori e nuovissimi significati (L’abbuffone)». Tognazzi mi fa pensare immediatamente a Gualtiero Marchesi, come lui ha fatto molto per sdoganare la cucina restituendole dignità, cultural estetica e piacere «un goloso, ma non ingordo: lì sta il segreto» (ibidem). Come cuoco è di difficile approccio: ricco, gaudente, giocoso e provocatorio. La mia ricetta preferita è il Concerto per Chitarra e Carciofi; questo piatto mi accompagna per mano fin dall’inizio nella mia storia di lavoro e di passione con I’arte culinaria. Grazie Ugo.

 

Fagottini di melanzane con carne di agnello

Ingredienti per 4 persone:
  • 200 gr. di agnello (polpa)
  • 1 cucchiaio di basilico
  • 1 spicchio d’aglio
  • 1 peperoncino
  • 2 melanzane
  • 2 cucchiai di panna
  • 4 cucchiai di latte
  • 1 pugno di mollica di pane
  • 12 olive
  • 1 dl. di olio
  • 1/2 cipolla
  • 2 filetti di acciughe
  • 2 pomodori pelati
  • 1 bicchiere di vino bianco
  • sale e pepe
Tagliare le melanzane a fette con la loro pelle e metterie sotto sale. In un padellino soffriggere la cipolla tritata con i filetti di acciuga in olio d’oliva, unire i pomodori e le olive snocciolate e tritate. Brasare la carne con il vino bianco, olio, aglio, sale e pepe. Tritare la carne brasata e unire la mollica del pane bagnata nel latte, il basilico, il peperoncino tritato, sale e un goccio d’olio. Asciugare le melanzane e fare i fagottini con due fette ripiene di carne e legate. Friggere in olio bollente e servire con la salsina di olive a parte. Per far bene il fagottino disporre due fette di melanzane incrociate. Mettere al centro un mucchietto di ripieno e riunire verso il centro le quattro estremità. Fissare e chiudere bene il tutto con uno stecchino di legno.

Ahi Vadinho! Dona Flor e i suoi due mariti

“Zucchero, sale, formaggio grattugiato, burro, latte di cocco, di quello più acquoso e di quello più denso – ci vogliono tutti e due. Mi dica un po’, lei che scrive sui giornali, perché si deve sempre avere bisogno di due amori, perché uno non basta a riempire il cuore?”

 

Vadinho, maestro d’amore, impenitente giocatore d’azzardo, ballerino provetto e adorato marito di Dona Flor, muore travestito da donna, durante una serata scatenata mentre impazza il carnevale di Bahia. Ahi Vadinho! Hai lasciato Dona Flor sola, a rigirarsi nel suo letto solitario, a struggersi del ricordo del tuo alito che sapeva di cipolla: “il suo bacio sapeva di fuoco“! Vadinho che viveva “perdendo dinheiro e ganhando mulheres“. Ma tutti i tradimenti, le lacrime, le attese, non riescono a smorzare la sua mancanza.

 

 

Jorge Amado, il meraviglioso cantore di Bahia, il cantore delle donne bahiane: Gabriela, quella tutto zucchero e cannella; Teresa Batista che attraversa la vita come fosse in una guerra perenne, finché stanca, cerca riparo tra le braccia del meno stabile degli amori per antonomasia: il suo marinaio. E Dona Flor, che sospirando per il suo amore perduto, tra una ricetta nella sua scuola di cucina e una notte insonne, si risposa con l’insignificante farmacista dr. Teodoro Madureira, appoggio sicuro ma ben lontano dal suscitare in lei la passione folle che aveva saputo risvegliare Vadinho. La soluzione arriva inaspettata: Vadinho rivive solo per Dona Flor, l’unica a vederlo, e si installa a suo agio nella vita dei due sposi novelli. Ora Flor è contenta: ha un marito che provvede ai suoi bisogni materiali e Vadinho che si occupa del suo corpo e del suo cuore.

 

Il film segno’ l’esordio cinematografico di Sonia Braga, già nota in Brasile per aver interpretato altri personaggi di Amado, per la televisione e per il cinema. “Sono una zingara: domani posso essere in ogni angolo del pianeta, facendo ciò che più mi regala gioia“. Per Dona Flor vinse il Premio BAFTA, nell’81.

 

O que será que lhe dá
O que será meu nego, será que lhe dá
Que não lhe dá sossego, será que lhe dá
Será que o meu chamego quer me judiar
Será que isso são horas dele vadiar
Será que passa fora o resto do dia
Será que foi-se embora em má companhia
Será que essa criança quer me agoniar
Será que não se cansa de desafiar
O que não tem descanso, nem nunca terá
O que não tem cansaço, nem nunca terá
O que não tem limite

O que será que será
Que dá dentro da gente e que não devia
Que desacata a gente, que é revelia
Que é feito uma aguardente que não sacia
Que é feito estar doente de uma folia
Que nem dez mandamentos vão conciliar
Nem todos os unguentos vão aliviar
Nem todos os quebrantos, toda alquimia
Que nem todos os santos, será que será
O que não tem governo, nem nunca terá
O que não tem vergonha, nem nunca terá
O que não tem juízo

 

 

Cucina, samba, tristezza, sesso e morte, sono gli ingredienti che compongono i menù dei libri di Amado:

Dovunque io vada porto il Brasile con me, purtroppo non porto con me la farina di manioca, ogni giorno mi manca, a pranzo e a cena.”
Manioca ma anche la moqueca di granchi molli:

Lezione teorica: Ingredienti (per otto persone): 1 tazza di latte di cocco intero, 1 tazza d’olio di dendê  (olio di palma) , kg 1 di granchi molli. Per il sugo: 3 spicchi d’aglio, sale a piacere, il succo d’un limone, coriandolo, prezzemolo, cipollina, 2 cipolle, 1/2 tazza d’olio d’oliva o di semi, 1 peperone, 1/2 kg di pomodori. Per dopo: 4 pomodori, 1 cipolla, 1 peperone.

Lezione pratica: Grattate due cipolle, schiacciate l’aglio nel pestello. Cipolla e aglio non appestano, nossignore, son frutti della terra, profumati. Fate un battuto di prezzemolo, coriandolo, qualche pomodoro, la cipollina, un peperone. Mischiate tutto con l’olio d’oliva e mettete di lato questa succulenta salsa aromatica.

(Queste sciocche trovano puzzolente la cipolla: che ne sanno loro di aromi puri? A Vadinho piaceva mangiare la cipolla cruda, e il suo bacio sapeva di fuoco).

Lavate i granchi interi in acqua e limone, lavateli bene per togliere la sabbia senza levare l’odor di mare. Ed ora per condirli, uno a uno tuffarli nella salsa, e poi in padella uno a uno, ogni granchio col suo sugo. Versate il resto della salsa sui granchi pian piano, perché il piatto è delicato (ahi, era il piatto preferito di Vadinho!).

Prendete quattro pomodori scelti, un peperone, una cipolla, affettateli e metteteli sui granchi per dar un tocco di bellezza. Lasciateli due ore coperti a insaporirsi. Mettete quindi al fuoco la padella. (Lui stesso andava a comprare i granchi molli da un vecchio fornitore giù al Mercato...).

Quando i granchi saranno quasi cotti, e solo allora, aggiungerete il latte di cocco ed alla fine l’olio di dendê, poco prima di toglierli dal fuoco. (Veniva ad assaggiare il sugo ogni momento, palato più fino del suo non esisteva).

Ecco qui un piatto fine, ricercato, degno della miglior cucina. chi lo farà, potrà con ragione vantarsi d’essere veramente una cuoca sopraffina. Ma non avendo abilità, meglio non mettercisi: non tutti nascono artisti dei fornelli. (Era il piatto prediletto di Vadinho mai più lo serviro’ sulla mia mensa. I suoi denti mordevano il granchio molle, le sue labbra colorite di dendê. Ahi mai più la sua bocca, le sue labbra, la sua lingua, mai più la bocca ardente di cipolla cruda!)

 

 

 

avvenimenti singolari e circostanze così stupefacenti, capaci di accadere soltanto nella città di Bahia – e creda al racconto chi vi vuol credere“.

 

Una vita difficile

Siete turisti? Cosa venite a fare qui? Non c’è niente da vedere, è tutto uno schifo… Non visitate l’Italia! Statevene a casa vostra, che è meglio.”

Alberto Sordi e Lea Massari compiono l’intero tragitto “dalla fame nera e gelida, che lui soffre da fuggiasco sulle montagne lombarde nei giorni della Resistenza, al lusso sfrenato della dolce vita”.

“8 settembre 1943, Dongo, lago di Como; il giovane Silvio Magnozzi, partigiano giornalista, si stacca dal gruppo per rifugiarsi nel vecchio mulino del nonno di Elena, la ragazza che lo salva dai tedeschi. L’assottigliamento di un prosciutto indica il passare dei giorni, l’innamoramento dei due, ma soprattutto la scelta comoda e individuale compiuta dal nostro “eroe”.

Fine della guerra, Roma; Magnozzi continua a fare la fame lavorando come giornalista presso un giornale di opposizione, Elena ha lasciato il benessere di casa sua per seguirlo, ma a casa di Silvio “non c’è nemmeno la cucina”.

Pranzano, o meglio cercano di pranzare, nelle trattorie, a credito, come usano fare molti giornalisti o altri clienti abituali, saldando il conto a fine mese.

Ai Magnozzi non fanno più credito in trattoria e il bisogno di un piatto di pasta (“due belle fettuccine burro e sugo”) una bistecca o due uova è insormontabile, specie per lei che è già incinta. La sera del referendum, (il 2 giugno 1946 per Monarchia o Repubblica) proprio mentre vagano digiuni, vengono invitati per caso, (da un vecchio conoscente di lei) a casa dei principi Rustichelli. In attesa dei risultati viene servita, ma non consumata la cena, un enorme pasticcio di carne, spaghetti e polpettine. La disperazione dei padroni di casa di fronte al risultato fa passare la fame alla tavolata, mentre i nostri, trionfanti, brindano alla vittoria della Repubblica tuffandosi con tutta la fame che c’è nel piatto succulento, sulle note di “Fratelli d’Italia”.

Intervistato anni dopo il film di Risi, in merito ai suoi personaggi, Sordi disse: Io sono Silvio Magnozzi.

PASTICCIO DI PASTA AL RAGÙ CON POLPETTINE

500 g di pasta Mafalda del tipo lungo e largo

Per le polpettine:

400 g di polpa di manzo macinata, 1 uovo, pangrattato o mollica di pane q. b., 50 g di parmigiano grattugiato, un ciuffo di prezzemolo, latte q.b., ½ spicchio di aglio tritato.

Per il ragù:

1 cipolla dorata media, una grossa noce di burro, un bicchiere di vino rosso, 700 g di passata di pomodoro, 1 cucchiaio di concentrato di pomodoro, olio extravergine d’oliva, sale e pepe.

Per la farcia:

3 zucchine, 150 g di formaggio a pasta filata a fettine, parmigiano grattugiato.

Un po’ di burro per la cottura.

Impastare il tritato con le uova, il parmigiano grattugiato, il prezzemolo, un pochino di aglio e pane bagnato nel latte (o pangrattato). Preparare le polpettine della grandezza di una nocciola. Friggerle in olio, rosolandole in modo uniforme.

Tritare finemente la cipolla. Versare in un tegame 3 cucchiai di olio ed una grossa noce di burro. Appena quest’ultimo si sarà sciolto, soffriggere la cipolla a fuoco medio. Appena inizierà a colorire, aggiungere le polpettine.

Sfumarle con il vino ed aggiungere la passata ed il concentrato di pomodoro, solo quando non si sentirà più l’odore pungente dell’alcool. Insaporire con sale e peperoncino. Cuocere a fuoco vivace per circa 30 minuti, aggiungendo poca acqua calda, quando la cottura lo richiede.

Mentre il ragù va a cottura, lavare le zucchine, eliminandone le estremità. Tagliarle a rondelle e friggerle in olio ben caldo. Salare a cottura quasi ultimata. Successivamente, lessare al dente la pasta “mafalda”, che deve avere la larghezza di una larga pappardella. Scolarla molto a dente e raffreddarla in acqua fredda salata.

Versare un paio di mestolini di ragù sul fondo di una teglia rotonda. A partire dal centro, disporre a raggiera la pasta mafalda, sovrapponendola leggermente, in modo da ricoprite tutto il fondo. Fare in modo che la pasta debordi al di fuori della teglia.

Disporre a strati il ragù, le polpettine, sistemate l’una accanto all’altra, le zucchine fritte e le fettine di formaggio. Spolverare con il parmigiano e finire con abbondante ragù. Richiudere il tutto con la pasta mafalda, lasciata precedentemente debordare.

Ricoprire con un velo di ragù e qualche fiocchetto di burro. Porre in forno preriscaldato a 180°C per 25-30 minuti.

Monsoon wedding – Matrimonio Indiano

Vincitore del Leone d’Oro alla 58ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. La storia ruota attorno al matrimonio della figlia maggiore e da essa si dipanano vicende parallele e convergenti degli altri membri di questa numerosa e chiassosa famiglia.

monsoon

Con un taglio da commedia romantica, la regista Mira Nair descrive con mano significativa e una vaga vena poetica i dubbi sentimentali della giovane futura sposa, i disagi del padre (il bravissimo attore indiano Naseruddin Shah, un mito nel suo paese) alle prese con i preparativi per la festa, le ansie della madre, i problemi esistenziali della cugina alle prese con un passato che alla fine del film esploderà dirompente scardinando i solidissimi vincoli famigliari.

In quella che potrebbe sembrare una trama da soap opera di serie B, la regista indiana rivela tutta la sua maestria nell’innestare spunti di riflessione che vanno al di là dei comuni disagi adolescenziali o delle ansie della mezza età. Senza sussulti che compromettano il flusso narrativo, Mira Nair ci descrive un India ricca di contraddizioni. Ad un paese dove si gioca a golf e dove anche le cameriere sanno come si spedisce un e-mail, fa da contraltare un paese dove il black-out energetico è sempre dietro l’angolo e dove la censura è ancora una istituzione con la “I” maiuscola. Tipiche contraddizioni di uno dei paesi del mondo con uno sviluppo acceleratissimo e quindi, per forza di cose, distorto.

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Ma “Monsoon Wedding” è soprattutto un film sui sentimenti fra i quali spicca fortissimo e prorompente l’amore della Nair per la sua terra, rappresentato dalle suggestive riprese della città al tramonto commentate solo dalla musica, prive di quell’abbondanza di parole che riempiono le altre scene con i suoi vivaci e coloriti personaggi; l’amore per i suoi connazionali descritto con le rumorose feste e con le sfrenate danze dai ritmi suadenti e coinvolgenti; l’amore per il suo popolo raffigurato nel masti “l’intossicante gusto per la vita” della gente indiana, dipinto in un trionfo di colori, rosso, arancio, giallo, che inebriano lo spettatore rendendo più che piacevole i 120 minuti della visione.

La Zuppa Mulligatawny è una preparazione del periodo coloniale inglese; sembra che il nome derivi da una corruzione del Tamil “milagu” (pepe, peperoncino) e “thanni” (acqua). Come dire “acqua piccante”.

Mulligatawny

100 gr di cipolla tagliata a pezzi/ 2 gambi di sedano, tagliati a pezzi/ 1 carota, a cubetti/ 60 gr di burro/ 22 gr di farina/ 7 gr di curry in polvere/ 940 ml di brodo di pollo/ mezza mela, pulita e tagliata/ 50 gr di riso bianco 1 metà di petto di pollo senza pelle, disossato – tagliato a cubetti/ sale/ pepe nero macinato/ 1 pizzico di timo secco/ 100 ml di panna grassa, scaldata

Rosola cipolle, sedano, carote e burro in una pentola.  Aggiungi farina e curry, e cuoci per altri 5 minuti. Aggiungi il brodo di pollo, mescola bene e porta ad ebollizione.

Fai bollire lentamente per circa mezz’ora. Aggiungi mela, riso, pollo, sale, pepe e timo. Fai bollire per 15-20 minuti, o finchè il riso non è cotto. Quando servi, aggiungi la panna calda.

Il mio grosso, grasso matrimonio greco

“Zia, Ian è vegetariano. Lui non mangia carne. Lui non mangia carne?! No, lui non mangia carne. Come sarebbe a dire che non mangia carne? Oh, non fa niente: ti faccio l’agnello!”

Tula Portokalos è americana, è goffa, porta gli occhiali, non è fidanzata, lavora nel ristorante di famiglia e aspetta il futuro senza troppa speranza. Ma Tula è soprattutto greca! Greca in una famiglia nella quale la “grecità” racchiude tutto quanto valga la pena di essere vissuto. Mangia mussaka all’ora di ricreazione a scuola, mentre le sue compagne di classe scartano i loro educati sandwiches. Sua nonna veste di nero, non parla una parola di inglese e scappa per tutto il vicinato, urlando che i Turchi la vogliono rapire; suo padre ha un’enorme bandiera greca dipinta sulla porta del garage. “Ricordati che sei Greca” è il leit motiv della sua esistenza.

grosso-grasso-matrimonio-greco

 

 

E, sorprendentemente, Tula si innamora, ricambiata, di un americano che greco non è! E rivoluziona la famiglia, la sua e quella del suo futuro marito. I suoceri di Tula sono quanto di più normale si possa immaginare di una normale, borghese, coppia di americani. Si trovano catapultati in un mondo di gente che gesticola, che grida, che balla, che si bacia, che beve ouzo, che mangia a quattro palmenti.

Portano, al loro incontro con questa famiglia bizzarra, una torta. Un ciambellone, un Bundt, tradotto erroneamente nella versione italiana del film con “cassata”. La madre di Tula che non l’ha visto mai, non sapendo di che cosa si tratti, vedendo un buco nel centro pensa di utilizzarlo come porta vaso di fiori.

Nia Vardalos è perfetta nel suo ruolo: la sua esperienza di immigrata greca in America è stata proprio simile a quella raccontata nel film. Si fa voler bene!

Il Bundt

4 uova/ 20 cucchiai di zucchero/ 25 cucchiai di farina/ vanillina/ 1 bicchiere di olio di semi/ 1 bicchiere e 1/2 di latte/ 1 bustina di lievito

Sbattere le uova con lo zucchero per qualche minuto. Aggiungere il latte, l’olio, la vanillina e mescolare. Aggiungere per ultimo la farina e il lievito. Mettere il composto in una teglia imburrata e infarinata e cuocere a forno preriscaldato a 180° per 40 minuti.

Un tocco di zenzero

“Il pepe… è piccante e brucia, proprio come il sole. “Il sale… va aggiunto nelle dosi necessarie per insaporire la vita di ognuno. La cannella… è dolce amara, proprio come una donna. La vita, come il cibo, richiede sale… Sapori dolci e speziati possono essere mescolati in diverse maniere: combinati assumono sfumature particolari impossibili da trovare se usati da soli.”

Cucina politica” è diventato in italiano “Un tocco di zenzero”. E’ un film che assume come valori fondanti quelli della cucina come metafora della vita. Il cibo e la cucina sono il veicolo tramite il quale raccontare l’amore di una gente per la propria terra, per i propri valori. La famiglia di Fanis si trova nella difficile situazione di essere una famiglia greca di Costantinopoli, quando i rapporti tra Turchia e Grecia sono tutt’altro che buoni. Il piccolo Fanis è costretto a emigrare, ma anche una volta grande, il filo invisibile che lo lega alla sua terra, ma soprattutto al suo amato nonno, Vassilis, mai più rivisto dall’epoca dell’espatrio, rimane saldo nel suo cuore e, verrebbe da dire, nelle sue papille gustative.

Fanis un giorno aggiunge un bel tocco di zenzero, nelle keftedes, le polpette di carne greche:

Keftedes  quelle originali, senza zenzero

300 gr. di carne manzo tritata/ 1 fetta di pane/ ½ bicchierino di ouzo/ 1 cipolla/ 1 uovo/ 1 mazzetto di menta/ 1 spicchio d’aglio/ ½ cucchiaino di origano/ Olio extravergine d’oliva/ Farina q.b./ Sale q.b./ Pepe q.b.

Togliete la crosta al pane e tagliatelo a dadini, raccoglietelo in una ciotola e irroratelo con l’ouzo. Fate rassodare l’uovo. Scaldate un po’ di olio in una padella, aggiungete la cipolla affettata finemente e fatela imbiondire. Trasferite in una terrina e unitevi il pane ammollato e ben strizzato, la carne tritata, l’uovo sbriciolato, la menta sminuzzata, l’aglio passato nello schiaccia aglio, l’origano, il sale e il pepe.

Formate quindi delle polpettine rotonde, del diametro di circa tre centimetri, rigiratele nella farina e cuocetele in abbondante olio bollente per dieci minuti, rigirandole un paio di volte. Disponetele su un piatto da portata e servitele ancora calde.

E quelle di Fanis:

La mollica di una michetta, intrisa nel latte tiepido e ben strizzata/ 500 g di carne tritata/un cucchiaio di menta tritata/ 1 cipolla piccola tritata/ 1 spicchio di aglio tritato/ 1 cucchiaino di origano/ 1 cucchiaio aceto di vino bianco/ 1 uovo/ 1 pizzico di noce moscata/ 1 buon pizzico di zenzero/ sale e pepe q.b./ farina q.b./ olio di oliva per friggere/

Mescolate bene la carne tritata con il resto degli ingredienti. Formate delle polpette tonde e non molto grandi che passerete nel pane grattato. In una padella abbastanza grande riscaldate l’olio e fate cuocere la carne a fuoco non troppo forte girando un paio di volte. Quando sono belle dorate, adagiatele su della carta assorbente in modo di togliere l’unto in eccesso. Sono ottime mangiate fredde accompagnata dallo tzatziki.

La sposa turca

“Se ha deciso di porre fine a questa vita, faccia pure, ma non è indispensabile morire. Tiri una bella riga e volti pagina.”

Cahit è un reietto, un emigrante turco come tanti in un Amburgo grigia e underground, ha deciso che vuole morire ma, per un destino ancor più crudele, finisce in una clinica psichiatrica. Sibel è bellissima, giovane, vivace, con una vita intera di fronte a sé. Ma è donna, turca, pertanto impossibilitata dai sempre radicati credi musulmani, a vivere la vita che vorrebbe. Impossibilitata a viverla a tal punto da decidere, anche lei, di morire. E finisce alla stessa clinica psichiatrica. Lei bellissima e raggiante, lui sporco, unto, pieno di alcol sino alla punta dei capelli. Con la bontà di fondo di chi dalla vita è stato ferito, Cahit accetta l’inconsueta proposta della ragazza: sposarla per permetterle di vivere. I due si sposano e con il passare del tempo e la convivenza, il loro rapporto cambia, s’innamorano. Sibel prepara i peperoni ripieni che sono un piatto tipico turco (Etli biber dolmasi).

Ecco come:

2 peperoni verdi medi / 200 g di carne trita di bovino o di agnello/200 g di passata di pomodoro/100 g di riso a chicco lungo/ 1 cipolla media/ ciuffo di prezzemolo/ 1 pomodorino intero/ alcune foglie di menta/ aneto/ salsa Harissa / olio extra vergine di oliva/ sale/ pepe nero

Si lava il riso, e si lascia a bagno nell’acqua. Nel frattempo si taglia la cipolla a piccoli pezzi, si trita il prezzemolo e le foglie di menta si uniscono alla carne trita. Si aggiunge il sale, il pepe, l’aneto, due cucchiai di passata di pomodoro, il riso ammollato e un filo di olio extra vergine di oliva. Si miscela il tutto.

Si lavano bene i peperoni, si privano dei piccioli, si tolgono i semi e si lavano all’interno. Si scolano e si praticano delle incisioni laterali, si riempiono con il composto di carne. Si mettono in verticale in un tegame abbastanza alto e stretto in modo che possano rimane in piedi. Si dispone metà del pomodorino a mo’ di tappo.

In un altro tegame si mette la restante passata di pomodoro, la salsa Harissa mescolata in un bicchiere di acqua, olio extravergine di oliva e il sale e un bicchiere di acqua. Si lascia cuocere per 5 minuti circa a fuoco moderato e si versa sui peperoni. Si copre e si fa cuocere a fuoco basso per 40-50 minuti, finché la parte liquida non si sarà un po’ assorbita.

Salsa Harissa

E’ una salsa piccante in uso in tutto il Medio Oriente, a base di peperoncino fresco, aglio alla quale si aggiunge l’olio d’oliva e spezie. Ibtissam la fa cosi’:

200 o 300 gr di peperoncini rossi secchi, ai quali si tolgono semi e testa. Si mettono in una insalatiera, coperti di acqua molto calda, per farli gonfiare. Si tagliano grossolanamente. Si mettono in un mixer e si aggiunge:

10 spicchi d’aglio/ 2 cucchiai di menta secca/ 1 cucchiaino di sale/ 1 cucchiaino di coriandolo secco/ 1 cucchiaino di cumino/ 1 cucchiaino di carvi/ 1 bicchiere d’olio d’oliva/

Mixare tutto e conservare ricoperto d’olio.

harissa