Baba Ghanush: il padre viziato

Il padre non aveva i denti, mangiare era un tormento. Ma la figlia premurosa gli inventa un piatto saporito, fresco, adatto al calore estivo e soprattutto che non richiede masticazione; Baba Ganush (بابا غنوج) lo chiama, il “padre viziato”.

 

Si dice una figlia, ma in Medio Oriente Baba, babbo, è anche un nome affettuoso usato da una moglie verso il marito. E chi era questo Baba? Un vecchietto sdentato o un sultano? Secondo Oxford English Dictionary questo piatto sarebbe nato in un harem e farebbe pensare quindi a qualcuno socialmente più agiato di un babbo con problemi di masticazione.

Inutile, come al solito, cercare una collocazione geografica precisa a Baba Ghanush: si mangia in mezzo mondo. In Turchia, la quale ne reclama la paternità; in Libano, in Israele, ma anche in alcune parti dell’India, in Armenia, in Egitto, in Iran, in Siria e così via. Ma insomma, che cos’è? Melanzane, essenzialmente melanzane. Con aggiunte varie a seconda dei luoghi dove è preparato, dal succo concentrato di melograna a (addirittura) il succo di pomodoro. Melanzane, aglio, tahina o youghurt o entrambi, limone. In estate è una delizia anche semplicemente su del pane tostato. E’ un piatto fresco, vegan, saporito, bello nell’aspetto, appetitoso. Un antipasto perfetto, ma anche un’ottima aggiunta a un panino (pane pita) a base di, ad esempio, melanzane sott’olio, o come parte di un pranzo familiare più complesso. Per esempio, da servire insieme a dell’agnello arrosto, accanto ad altre salse ed insalate.

 

Quindi, consideriamo due melanzane grandi. Si avvolgono in carta di alluminio e si fanno arrostire su una fiamma viva, quella del fornello a gas va benissimo. In alternativa si possono anche bollire, se non piace il sapore di affumicato, ma NON cuocerle in forno. Una volta morbide al tatto si spellano, magari lasciandole prima raffreddare un po’, per evitare ustioni. La buccia verrà via facilmente ma se ne dovesse restare qualche pezzettino poco male: servirà alla consistenza della crema e colorerà un po’ il piatto. Dopo averle spellate è tassativo lasciarle sgocciolare, magari premendole in modo che esca tutto il liquido che di solito è nero e amaro e che se non tolto trasformerebbe il Baba Ghanush in una pappa molle. Poi l’aglio. Quanto? A seconda dei gusti, di sicuro non meno di due spicchi. Ora, con la polpa ben sgocciolata, si puo’ passare nel mixer con l’aglio, limone (anche qui a seconda dei gusti, ma non meno di due cucchiai. Il limone serve anche a rendere la crema di un bel colore chiaro), un po’ di sale, due o tre cucchiai di tahina (pasta di sesamo), olio di oliva extravergine. Si frulla tutto per bene, fino a che si ottiene la consistenza della crema. Si guarnisce sopra con prezzemolo o coriandolo fresco (io non ho dubbi sulla scelta, preferisco sempre il prezzemolo, al limite se non c’è il prezzemolo, la menta), con un giro d’olio, con (volendo) peperoncino in polvere.

Non diventeremo sultani mangiando Baba Ghanush ma di sicuro ci sentiremo viziati.

E l’imam svenne

Da una collina

Tu una sera di sogno eri venuta a contemplare

Su ogni colle del Paese cui tu tanto somigli.

Parlavi e ti guardai: sempre più eri bella,

Sempre più nella tua voce io sentivo Istanbul  […]. (Yahia Kemal)

 

otto

Imam bayeldi significa “l’imam svenuto” e ci narra forse di un imam turco che davanti al piatto presentatogli dalla moglie svenne al pensiero soltanto della bontà che avrebbe gustato. Altre fonti affermano che in realtà l’imam svenne calcolando il prezzo dell’olio impiegato per la pietanza. Ma ci raccontano anche che un imam aveva sposato la figlia di un venditore di olio la quale gli aveva portato in dote dodici barattoli di olio con i quali preparava, ogni sera, un piatto a base di melanzane, pomodori e cipolle. Ma quando, il tredicesimo giorno, veduto che nessun piatto ornava la tavola perché l’olio era finito, consapevole che se voleva mangiare ancora quella delizia avrebbe dovuto comprare l’olio pagandolo di tasca sua, l’imam  svenne.  Per questo un proverbio turco dice “Imam evinden ash, olu gozunden yash cikmaz” che si potrebbe tradurre con “Dalla casa dell’imam non esce piatto, non più che lacrime da un cadavere” a significare l’avarizia della categoria.
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Quello che conosciamo con certezza di questo piatto della cucina ottomana è il suo delizioso sapore. E che è diventato patrimonio delle cucine armena, israeliana, greca, albanese, bulgara, araba. L’impero Ottomano è caduto, Imam bayeldi no.
La ricetta è una delle tante:
4 melanzane, quelle lunghe sottili, preferibilmente
Sale e pepe nero
olio di oliva
1 cipolla, sbucciata e tagliata a fette sottili
2 spicchi d’aglio grandi, sbucciati e affettati sottili
cucchiaino di cumino macinato
1 cucchiaino di paprika
400g di pomodori in scatola
½ cucchiaino di zucchero semolato
2 rametti di origano fresco
¾ cucchiaino di origano secco
Le melanzane si sbucciano eliminando lunghe strisce di buccia, dall’alto verso il basso, in modo che risultino a “zebra”.
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Partendo da due centimetri dalla parte superiore, fare un’incisione a metà nella polpa e svuotarle fino a lasciare 2 cm di fondo. La polpa tolta metterla da parte.  Si friggono girandole spesso. Togliere quando sono cotte e nello stesso olio rosolare l’aglio, la cipolla, aggiungere i pomodori, l’origano fresco e quello secco e le spezie con lo zucchero ed in ultimo la polpa delle melanzane, tagliata a dadini,. Riempire con questo i “gusci” delle melanzane e piazzarle in forno a 180°. Se volete, ci stanno bene anche dei pinoli sopra, da mettere pochi minuti prima di toglierle dal forno, per farli tostare e non bruciare. 
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