I Pannicelli della Val di Chiana

«Il medico, diceva que ll’ometto che me ne ragionava, fa per
quantum possum , si dicervella per inventar rimedi da tenerlo su, ma son pannicelli caldi.
Va là là, un giorno peggio dell’altro, proprio come un lume che ha finito l’olio.
Poero Bobi! pillole e cartucce ne ha preso una spezieria, e oramai
non gli resta altro che la ricetta del Redi». (Idelfonso Nieri, Cento racconti popolari lucchesi)
I Pannicelli li cucinava (o più verosimilmente, ordinava di cucinarli) anche Caterina De’ Medici che li gustava ripieni d’anatra aromatizzata all’arancia.
E’ un’idea nata nella Val di Chiana toscana, per evitare lo spreco dei ritagli di pasta fresca i quali, invece che essere gettati, erano riempiti di un ripieno e cotti. Il risultato somigliava a dei maltagliati ripieni.
La povera gente, ovviamente, se anche fosse stata in possesso di un’anatra non l’avrebbe “sprecata” per un ripieno e quindi i Pannicelli erano farciti di ricotta, spinaci (o bietola) e parmigiano (o pecorino, più probabilmente).
La Val di Chiana oggi è famosa per la carne delle sue mucche chianine, ma ciò che i contadini della Val di Chiana mangiavano in prevalenza era a base di pane, da unire alle verdure. Nel XVIII secolo la Val di Chiana era chiamata “il granaio d’Italia”, dopo la grande bonifica che trasformò zone paludose in fertili campi dove erano coltivato il grano e l’orzo, i cavoli, soprattutto quello nero, re delle zuppe, le bietole, le zucchine, i fagioli dall’occhio, cipolle e lattuga.
“La Val di Chiana corrisponde a quella che Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia descrisse come “Clanis Aretinum”, un vastissimo territorio attraversato dal fiume omonimo che nasceva sulle colline corrispondenti all’attuale comune di Castiglion Fiorentino (Arezzo) e, proseguendo verso sud, finiva la sua corsa nel Paglia (nelle vicinanze di Orvieto), tuttora uno dei principali affluenti del Tevere. In epoca neroniana, gli idraulici romani individuarono nel Clanis la causa delle frequenti piene del Paglia e costruirono un grosso muro per bloccarne la foce. Il fiume perciò ruppe gli argini e la Val di Chiana si trasformò negli anni in una gigantesca palude. Dopo vari tentativi di bonifica con scarsi risultati, solo nel 1788, sotto il regno del Granduca di Toscana Leopoldo I si ebbe il risanamento della zona, grazie all’operato del conte e ingegnere Vittorio Fossombroni, che attraverso colmate, ponti, canali e gallerie realizzò il Canale Maestro che si getta nell’Arno e trasformò la Chiana nella valle fertile e generosa che conosciamo.”
Nel 1200, il contadino consumava circa 16 kg di pane al mese, con pochi grassi, poco companatico e qualche raro bicchiere di vino. Nelle paludi della Chiana si pescavano “lasche” e attraverso Pisa arrivava la tonnina siciliana e molto più tardi arrivarono anche le aringhe. La carne era poca e la famiglia che riusciva ad ammazzare il maiale si considerava fortunata ed era felice per tutto l’inverno. La situazione non era cambiata neanche il secolo dopo. “

In Cortona web si legge a proposito della pasta fresca:

“Le nostre nonne usavano la forza delle loro braccia e dopo aver impastato uova, farina, acqua, di solito nella “madia”, trasferivano l’impasto sulla spianatoia (che non a caso si chiamava cosi) e con il mattarello (“cernicchio” in dialetto) la stendevano e arrotolavano la sfoglia intorno ad esso lisciandola con le mani per affinarla di più. La massaia, con un movimento rapido la faceva “schioccare” sul ripiano. E così via, fino a ridurre la sfoglia sottilissima e rotonda (sembrava fatta con un compasso!). Quindi la lasciavano asciugare e di nuovo la ripiegavano facendola combaciare verso il centro, perché tagliandola ne venivano delle “matasse”. Era pronta così per essere gettata nel paiolo, che nel frattempo era stato messo sul camino, a fuoco “allegro”, affinché l’acqua bollisse e messa la pasta dentro non si “affaldellasse”, ma si dividesse bene. Appena cotta la pasta, si appoggiava il paiolo sul bordo dell’acquaio e si copriva con un coperchio e, tenendo questo in pressione con la mano destra, si inclinava il paiolo in modo che l’acqua colasse dalla fessura tra l’orlo ed il coperchio. Potete immaginare! Gran parte dell’acqua restava insieme ai “maccheroni” (parola dialettale che sta per lasagne o fettuccine).”

Questa ricetta di Pannicelli è di Lino Bittarelli, della Bottega di Lino, Alimentari Bittarelli. I Pannicelli qui diventano un po’ più grandi degli originali, quasi dei piccoli cannelloni che se non ricordano proprio i panni stesi ad asciugare, sembrano comunque asciugamani piegati.
Ci vogliono
400 gr di farina
4 uova
spinaci o bietola (o entrambi)
Ricotta 300 gr
Parmigiano o pecorino
Poca salsa di pomodoro
Mezza cipolla
Burro
Noce moscata
Si prepara la sfoglia con tre uova e la farina, un pochino d’acqua e un po’ di sale. Si tira sottile, in rettangoli 8X15 (più o meno). Si lessano le verdure e si tritano fini. Si mescolano alla ricotta, all’uovo, a 4 cucchiai di formaggio grattato, alla noce moscata, sale e pepe. Si riempiono i rettangoli e si chiudono bene da tutti i lati. Si lessano così, già ripieni. Al dente, perché poi andranno in forno. In una pirofila unta di burro si fa uno strato di pannicelli, si cospargono di formaggio grattato e fiocchetti di burro, altro strato di pasta, altro burro, altro formaggio. Sopra si “nappa” con poca salsa di pomodoro e sottili fette di cipolla. Si passano a gratinare in forno per circa dieci minuti.
Casa mia, donna mia, pane e aglio vita mia

 

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La Pappa al pomodoro

“Perdere la fanciullezza è perdere tutto. E’ dubitare. E’ vedere le cose attraverso la nebbia fuorviante dei pregiudizi e dello scetticismo.”
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Lo so che se dico Pappa al pomodoro vengono fuori decine di ricette diverse e tutte si dicono “l’originale”. Per evitare problemi le salto tutte a pie’ pari e mi affido ai ricordi.
Intanto è estate, perché ci sono i pomodori maturi che non costano nulla. E il basilico, profumato, a mazzi.
La sera si cena quando ancora non è tramontato il sole. La giornata è stata calda, non c’è nessun bisogno di mangiare qualcosa di bollente. Meglio un piatto tiepido che costa poco in denaro e fatica, da preparare qualche ora prima di mettersi a tavola.
Il pane raffermo si chiama “posato”; è quel pane toscano che dura anche parecchi giorni e che quando non è più fresco si usa per la zuppa di fagioli o appunto la pappa.
I pomodori migliori sono quelli chiamati pisanelli, tondi e rugosi; hanno più sugo, rendono di più. Poi la grande diatriba: aglio o cipolla? Per me non si pone la questione: cipolla, sempre, rossa, affettata fine. A soffriggere nell’olio di oliva, piano, finché non diventa tenera. Poi i pisanelli a pezzi, anche grossi perché quando il sugo sarà cotto si passano al passaverdure. A questo punto si mettono dentro le fette di pane, tagliate sottilissime. Si devono imbeverare per bene di sugo, senza che siano toccate con il mestolo. Poi si mette il brodo vegetale bollente, si aspetta che il sugo riprenda il bollore, si fa andare per qualche minuto, una decina diciamo, e solo allora si gira energicamente con il mestolo. Poi si spenge il fuoco e si lascia così per un paio d’ore. Il basilico si mette a crudo, poi un filo d’olio e il parmigiano.
Ed è come se l’estate si sedesse a tavola, e sorridesse.
1 chilo di pomodori pisanelli
300 gr. di pane raffermo
1 cipolla rossa
1 lt. di brodo vegetale
basilico
parmigiano
olio extra vergine d’oliva
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L’acqua cotta

Tutti mi dicon Maremma, Maremma…
Ma a me mi pare una Maremma amara.
L’uccello che ci va perde la penna
Io c’ho perduto una persona cara.
Sia maledetta Maremma Maremma
sia maledetta Maremma e chi l’ama.
Sempre mi trema ‘l cor quando ci vai
Perché ho paura che non torni mai.

 

Scrive il Santini nel suo “Cucina maremmana”:

« La parola maremma nasce con la emme minuscola perché sta a indicare una qualsiasi regione bassa e paludosa vicina al mare dove i tomboli, ovvero le dune, ovvero i cordoni di terra litoranea, impediscono ai corsi d’acqua di sfociare liberamente in mare provocandone il ristagno. Con il risultato di creare acquitrini, paludi. Non Maremma, allora, bensì maremma. E siccome la maremma più vasta della penisola, la più nota, la più micidiale, quella dove la malaria ha imperversato spietata per secoli interi, era la zona costiera della Toscana meridionale e del Lazio occidentale, al punto che nella storia della medicina, e anche della letteratura popolare, la malaria legò il suo nome, il teatro delle sue rabbrividenti nefandezze, a questo territorio, la maremma tosco-laziale prese la emme maiuscola. Divenne Maremma per indicare la regione abitata un tempo dagli Etruschi. Una regione così grande che Maremma passò ben presto al plurale. Si parlò di Maremme.

Scrive Rita Gherghi:

Nei primi secoli dopo il 1000 e anche prima sorsero molti castelli, alcuni dei quali, anche se sgretolati dal tempo, si vedono ancora.
Una fonte storica del 1240 ci presenta i maremmani decimati dalle razzie arabe e dalla malaria; poi sorse un nuovo flagello, cioè la dominazione senese. Da 1200 i Senesi si impadronirono di Grosseto e poco dopo di tutta la Maremma, a eccezione di Pitigliano. Così si trova scritto: “ Lo stato di decadenza della Maremma grossetano coincise con l’espansione senese e da quella dipese; le grandi tassazioni imposte per l’affitto ai coloni delle terre espropriate ed il progredire naturale della palude, determinarono un pauroso stato di abbandono “.
Come se ciò non bastasse, nel 1348 scoppiò la peste bubbonica, diffusa dai topi e dalle pulci. Fu un flagello per Siena e Firenze e soprattutto per la Maremma. Nei secoli successivi seguirono rapine, incendi e distruzioni da parte dei pirati turchi e delle compagnie di ventura.
In un tal clima di estrema povertà e disperazione fiorì il “ brigantaggio “; i briganti, nascosti nei boschi e nei forteti, assalivano e uccidevano maremmani e gente di passaggio. L’omicidio di un forestiero era solo punibile con la multa di 1000 lire. I reati restarono impuniti fino al 12 febbraio 1357 quando, il Consiglio Generale Senese deliberò la “ pena di morte “ per gli assassini.

 

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Il bene della Maremma cominciò con i Medici, da quando Cosimo I vi fece la sua prima sosta nel 1559.
Da allora Grosseto fu circondata di mura, furono elevate dighe per proteggere la città dai periodici allagamenti. Furono anche iniziati i primi lavori di bonifica scavando il fosso di Molla Vecchia e per ripopolare le località furono anche inviate squadre di bresciani, istriani e friulani, anche se molti morirono di malaria.
Gli sforzi dei Medici furono tanti, ma c’era ancora molto da fare. Verso la metà del ‘700, alla morte del Granduca Gian Gastone ultimo di casa Medici, le cronache ci dicono che il lavoro da fare era ancora copioso: l’Ombrone straripava tutti gli anni, la palude di Castiglione della Pescaia si estendeva ancora verso la città con le sue acque infette, la Maremma restava desolazione e pianto.

 

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La ripresa decisiva si compì con l’arrivo del Granduca Leopoldo II.
Egli ebbe modo di conoscere bene i problemi di questa terra visto che vi trascorreva lunghi periodi di tempo a caccia nella sua tenuta di Alberese. Pian pano concepì l’idea dell’interramento del lago di Castiglione. Diceva infatti: “ Il lago è un cadavere che bisogna seppellire per ridare vita e benessere a tutta la Maremma “. Nella sua mente nacque l’idea della bonifica e la portò avanti con ogni sforzo.
Leopoldo delegò l’ingegnere Alessandro Manetti; questo ultimo, riprendendo l’idea del matematico Pio Fantoni, progettò la deviazione del corso dell’Ombrone tramite un’opera di colmata e la costruzione del “ canale diversivo “ che doveva immettere tutta la portata dell’Ombrone nella palude di Castiglione.
Al canale progettato dal padre gesuita Leonardo Ximenes, ne furono aggiunti altri due, il S. Rocco e il S. Leopoldo che, comunicanti col mare, dovevano fare defluire le acque della palude.
Così il Granduca raggiunse per la Maremma grossetana due fondamentali obiettivi:
1)frenare la malaria
2)rendere coltivabili nuove terre.

Dopo quasi due millenni la letale malattia era vinta: due millenni per il fatto che si pensa che la malaria abbia fatto la sua prima comparsa circa 40 anni prima di Cristo.

 

Terra di malaria e d’ulivi, di miseria e di cultura, di tufo e di marmo, di santi e di diavoli.

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 Il Drago

«Siete più bianca della neve in montagna/ più rossa che del sangue d’un dragone/le vostre bellezze girano la Spagna… »

Così inizia una antica canzone del maggio rilevata sull’Amiata. Come ci si potrebbe aspettare la citazione del drago in un canto d’amore? Il drago è presente nell’immaginario collettivo di tutto il territorio maremmano, quasi protagonista incontrastato dei miti di fondazione delle comunità locali. Fra i più noti racconti mitologici in cui si narra la sconfitta di un drago per opera dell’eroe cristiano, troviamo quello di Montorgiali: San Giorgio, che l’iconografia rappresenta armato di lancia, con un rosso mantello ed elmo dorato, uccide il drago liberando il paese dall’incubo e dal ricatto. Esigeva, infatti, un tributo di ragazzi o ragazze, se non addirittura, secondo un’altra versione, la principessa del paese. Nelle narrazioni mitologiche, frequentemente vengono individuati i luoghi in cui la vicenda avrebbe avuto svolgimento. La dimora del drago sconfitto da San Giorgio sarebbe lungo il corso di un fosso, indicato come Fosso Inferno, a sottolineare l’analogia, se non una identificazione, nella rappresentazione cristianizzata del mito, dell’essere malvagio con il maligno. Lungo la via che conduce al santuario nel bosco è indicata l’impronta lasciata dal drago, mentre altrove si osserva la ginocchiata del cavallo del santo.

 

Dragone

 

C’è un elemento che ricorre nelle narrazioni intorno ai mostri draghiformi: l’acqua. Ogni volta che incontriamo un drago, lì vicino c’è, o c’era, o vi è sorta una sorgente, un ruscello, un lago. Il drago ucciso da San Guglielmo stava a guardia di una fonte, impedendone l’uso da parte della comunità; a Montorgiali una sorgente è detta “fonte del drago”.
Si narra anche di un essere che, misterioso e introvabile, abiterebbe le profondità del lago dell’Accesa. Questo specchio d’acqua, che la leggenda vuole originato dal vortice provocato dai buoi durante la trebbiatura del grano in un giorno proibito (la festa di Sant’Anna), in altre leggende nasconderebbe, immerso fra le sue acque limacciose, e perciò invisibile, un intero paese: in certe notti si udirebbe il rintocco delle campane del suo campanile. Altre narrazioni, dall’origine apparentemente più recente, ma chissà da quali profondità culturali risalgono le radici, lo vogliono popolato di un grosso e pericoloso coccodrillo, la cui origine sarebbe attribuita, in senso razionale, ad un viaggiatore per paesi esotici che si sarebbe portato “la lucertola”, in tenera età, per poi abbandonarla nelle sue acque. Di questa presenza, la cui notizia è stata diffusa anche dai giornali locali, non c’è stata conferma. Ma animali mitologici continuano a popolare la campagna maremmana. Come il puma di cui si sarebbero viste le tracce nelle colline dell’entroterra, e che avrebbe fatto razzia di pecore. O il grosso e feroce cane bianco che nelle notti senza luna sarebbe apparso nelle campagne intorno a Paganico. Non avrebbe aggredito nessuno, ma la sola sua comparsa improvvisa, nel buio delle fredde notti invernali, avrebbe messo in fuga chi lo avesse incontrato.
Nell’immaginario popolare il drago costituisce l’elemento che, sconfitto ad opera del bene, serve da tema rassicurante e fondativo della comunità degli uomini. Pare che l’opposto fondi l’opposto: non ci sarebbe il bene senza il male, il giusto senza l’errore, il positivo senza il negativo e via dicendo. Per questo il drago, con la sua connotazione, assume una grande importanza, tanto che, ad esempio, si dice che al convento della Santissima Trinità della Selva se ne conservino le ossa della testa, come una sorta di reliquia al negativo. Come a Tirli, dove si troverebbe un osso di drago dalle dimensioni spaventose.

Si narra che a Seggiano, in una notte di nevicata, un sacerdote incontrò un drago che solo l’intercessione della Vergine farà scomparire. Il tema ricorre: forse se ne possono individuare le tracce anche nelle recenti argomentazioni a proposito dei misteri di Maria di Paolo Giovanni II. In fondo molto dipende dal significato che attribuiamo alle parole: il drago nelle narrazioni popolari da sempre incorpora in sé la simbologia del male.

Eppure un tempo gli uomini e il drago devono essere stati alleati, se questo, come si racconta intorno al padule di Castiglione, sotto forma di un serpente dalle dimensioni spropositate, si accompagnava all’uomo durante i lavori: la raccolta delle cannucce, delle erbe palustri, di paglia e scarzòlo. È con l’avvento della modernità, con l’allontanamento dell’uomo dall’ambiente naturale che il drago non ha più riconosciuto il suo antico alleato. Tutto si trasforma, come direbbero gli antichi filosofi, le cose e il loro significato. E ciò che era bene, oggi è diventato il male; ciò che oggi è il bene, domani potrebbe non avere alcun valore. Che cosa rappresenta questa figura aliena e terrificante? È forse la natura ciò che l’uomo teme? Quella natura che si rifiuta di sottoporsi ad una totale sottomissione? O forse il mostro sta solo dentro ai suoi pensieri? Non deve essere stato sempre così, se, come disse il frate della Selva (in un disegno di Roberto Ferretti): «Ma se è un essere vivente è anche lui nostro fratello…».

 

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L’acqua.

Il mito narra che Saturno un giorno si adirò con gli uomini, costantemente in guerra tra loro, prese un fulmine e lo scagliò sulla terra, facendo zampillare dal cratere di un vulcano un’acqua sulfurea e tiepida che tutto avvolse e tutto acquietò. Da quel grembo accogliente gli uomini nacquero più saggi e più felici. Teatro della leggenda era il cuore della Maremma toscana, Saturnia, dove quell’acqua zampilla ancora a 800 litri al secondo ad una temperatura di 37°.

Un’altra leggenda narra che il prode paladino Orlando, dopo aver visitato la zona, dove ora sorgono le Terme di Saturnia, a quel tempo malarica e paludosa, si lavò e vide che le sue ferite guarivano.

Dopo aver conficcato la spada nella vasca termale disse “acqua che stai qui a Saturnia, vai giù in quel piano e medica le ferite”.

Il Brigante

Fra tutti i briganti che imperversavano la zona della Maremma, uno in particolare è rimasto nella storia: il brigante Saltella.

Di costui si dice che nacque a Arcidosso, uomo di grande intelligenza, molto scaltro e soprattutto agilissimo, particolarità che lo ha reso noto fino ai nostri giorni. Per sopravvivere il Saltella, si dedicava al potaggio dei castagni, mestiere che gli permise di vivere decorosamente fino ad una certa età, quando poi decise che non era il mestiere che si confaceva alle sue abilità manuali e fisiche.

Decise quindi di dedicarsi a tempo pieno ai furti, portandosi con se l’antico strumento di lavoro; un vecchio bastone di media lunghezza con la punta uncinata (che appunto gli serviva per potare i rami degli alberi). Grazie a questo arnese il brigante Saltella poteva arrampicarsi sopra gli alberi con una facilità estrema, facendo perdere le sue tracce a chiunque lo avesse inseguito, comodo no?

Anche quando i carabinieri lo pedinavano, lui di tutto punto, faceva perdere le sue tracce arrampicandosi agilmente sopra gli alberi, facendo in modo di poter coprire anche grandi distanze.

Una nota colorita in tutta questa storia è che la sua grande agilità nel arrampicarsi , era talmente nota alla popolazione che fu in grado anche di fargli cambiare cognome… infatti il suo cognome reale era “Santella”, ma tutto il popolo lo cominciò a chiamare Saltella. Ci fu un lungo periodo che il brigante fu ricercato con dosi massicce di cacce all’uomo, ma ovviamente nessuno mai riuscì a trovarlo.

Si dice che nell’ultimo periodo della sua esistenza, tale era la voglia di acciuffarlo, che prese la decisione di vivere solo ed esclusivamente sugli alberi, senza mai toccare il suolo; si nascose talmente bene che mai il suo corpo fu ritrovato e nessuno seppe mai che fine avesse realmente fatto.

la leggenda narra che il brigante Saltella non sia mai effettivamente morto e che addirittura si aggiri tutt’ora tra gli alberi della Maremma. Taluni sono soliti dire che nel periodo autunnale, quando le foglie sugli alberi sono rade, sia possibile scorgerlo con quel suo ghigno malefico e con gli occhi che luccicano come due lumini da cimitero,

Nella provincia di Grosseto, c’è chi è pronto a giurare di aver visto il brigante Saltella percorrere i sentieri boschivi adiacenti alle città.

Tutt’ora quando le persone passano davanti ad un grosso castagno con i rami grossolanamente tagliati, hanno sempre pronta un’espressione che lascia intravedere quanto ancora sia viva questa leggenda:

Qui è passato il brigante Saltella!!!

 

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E L’acqua cotta (da Un pezzo della mia Maremma)

  • 1 etto di sedano a testa, (se ci sono 10 persone sarà 1 chilo così per le altre cose)
  • 1 cipolla grande bianca a testa, se è tempo usate quelle schiacciate grandi, altrimenti quelle dorate
  • 1 etto di coste a testa, per le coste prendete le bietole quelle grandi e usate solo la parte bianca
  • carote, le carote si mettono solo per un effetto ottico, 1 se si è in pochi, 3-4 se in 10 o più
  • 1 barattolo di pelati piccolo o grande a seconda della quantità di verdure o pomodori freschi, o una buona passata
  • sale e pepe, olio extravergine
  • 1 uovo a testa

Prendete un tegame dai bordi un po’ alti, metteteci dell’olio extravergine di oliva di ottima qualità, due spicchi di aglio schiacciati, fateli imbiondire e poi toglieteli. Dopo aver lavato accuratamente le verdure, cominciate a tagliarle a tocchetti e mettetele via via nel tegame, iniziate con le verdure più dure, il sedano, e continuate molto lentamente in modo che le stesse si appassiscano, vedrete infatti che all’inizio riempiranno il tegame e quando inizieranno a perdere acqua diminuiranno di volume. Una volta finito mettete un piccolo barattolo di pelati schiacciati con la forchetta o passati, o i pomodori conservati da voi, in estate potete mettere pomodori freschi, ricoprire il tutto con acqua bollente, regolate il sale e mettete il coperchio. Un’ora di cottura a fuoco medio basso, le verdure devono essere cotte ma non spappolate…a fine cottura rompete un uovo a testa (deve rimanere intero) dentro l’acqua cotta. L’uovo si cuocerà subito e potete iniziare a fare i piatti. Se qualcuno vuole mettere del pane abbrustolito va bene, mettete un ramaiolo abbondante di verdure e sopra l’uovo.

 

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oppure da Fattoria la Maliosa

 

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2 carote (180 gr.)
1 cipolla dorata(100 gr.)
100 gr sedano
160 gr di fave sgusciate
280 gr pomodori ramati a pezzi
240 gr di spinaci freschi puliti
120 gr di piselli
4 foglie di salvia
peperoncino
1 spicchio di aglio
4 fette di pane sciapo toscano
4 uova

Lavare gli spinaci e ridurli a striscioline. Tagliare la cipolla a striscioline sottili. Tagliare il sedano a piccoli pezzi, sbucciare e ridurre a rondelle le carote. Coprire in fondo della pentola con l’olio evo.
Unire la cipolla, il sedano, le carote, il peperoncino e le foglie di salvia e mettere sul fuoco.
Quando la cipolla sarà bionda unire i pomodori precedente ridotti a pezzi e privati dei semi interni.
Unire anche i piselli e infine le fave. Salare coprire con acqua e portare la zuppa a cottura.
Al termine della cottura versare nella pentola le uova facendo attenzione a non rompere i tuorli. Far cuocere fino a che l’albume non sarà diventato bianco.
In una padella rovente tostare il pane e insaporirlo strofinandolo con lo spicchio di aglio sbucciato.
Disporre una fetta di pane sul fondo di ogni piatto. Versarvi sopra la zuppa calda e un uovo. Servire subito.