Il paese dei ciarlatani e del tartufo nero

“I ciarlatani son coloro che per le piazze spacciano unguenti, o altre medicine, cavano i denti o fanno giochi di mano che oggi più comunemente dicesi Ciarlatani, … da Cerreto, paese dell’Umbria da cui soleva in antico venir siffatta gente, la quale con varie finzioni andava facendo denaro”.

Così, nel 1612, il vocabolario della Crusca definiva l’attività del frodare il prossimo a scopo di lucro. I termini ciarlare, il chiacchierare in modo vano e cerretano, abitante di Cerreto di Spoleto, divenne ciarlatano, termine usato in tutta Europa per indicare imbonitori, falsi profeti, spacciatori di rimedi miracolosi quanto inutili. E i cerretani affinarono l’arte della ciarlataneria già fin dal ‘300, a spese dei pellegrini che si recavano, allora come oggi, in visita ai santuari e ai luoghi sacri.

Cerreto di Spoleto ha una storia affascinante e burrascosa. In provincia di Perugia, a un’altitudine di 557m. s.l.m., paese di cerri, dai quali il nome e che si ritrovano anche nello stemma, fa parte della tipologia dei castelli di poggio, con una via di cresta affiancata da vie parallele. Ai piedi del castello scorre il fiume Nera, anticamente Nahar, circondato da una natura rigogliosa che i cerretani cercano di preservare con cura.

Le prime notizie storiche risalgono al 1200 ma il primo insediamento risale probabilmente al 290 a. C. quando avviene la romanizzazione del territorio ad opera delle legioni del console M. Curio Dentato. Nel V secolo San Benedetto da Norcia scende dalla val Nerina e sorgono i primi monasteri benedettini.

“Nell’alto medioevo, in epoca longobarda, si sono create nel territorio spoletino circoscrizioni dette castaldi o gastaldi, fondi rustici con amministrazione giuridica, economica e militare, gestita da funzionari del sovrano longobardo. Cerreto fece parte di quello di Ponte. Una leggenda locale, riportata da diversi storici, narra che il castello sia stato fondato nell’ottocento dai Franchi che erano scesi al seguito di Carlo Magno per contrastare il potere del potente gastaldato longobardo di Ponte. Fra il IX ed il X, i Saraceni invadono il territorio ducale di Spoleto costringendo i signori feudali ad erigere rocche e castelli.
Le prime notizie storiche sul borgo risalgono all’epoca dei Longobardi.

Data la sua posizione strategica, il castrum faceva parte dei territori governati dai duchi di Spoleto insieme al Gastaldato di Ponte. Dopo le incursioni saracene, nell’890, sulle alture della Valle del Nera sorsero torri di vedetta a guardia delle strade. Cerreto di Spoleto, insieme alla vicina Rocca di Ponte, controllava importanti nodi viari: la via che attraversa la Valle del Vigi e quella che attraversa la Valle del Tissino che, salendo a Roccatamburo e a Poggiodomo, mette in comunicazione Cerreto con Monteleone di Spoleto e con l’Altopiano di Leonessa.
Altro importante asse viario che Cerreto controlla è quello che, costeggiando il corso del Nera, procede a sud in direzione Terni e che, in direzione nord, si biforca in direzione di Norcia e di Visso.
La storia documentaria del castello inizia però nel XII secolo, quando si sottrae al gastaldato longobardo di Ponte e si erige a libero comune sotto la protezione della Chiesa, sfruttando la sua posizione strategica di confine tra i comuni di Spoleto e di Norcia e il Ducato di Camerino.
Dopo aver fatto parte del Ducato di Spoleto, governato prima da un duca di nomina imperiale e poi da un governatore di nomina pontificia, con l’ascesa al soglio pontificio di papa Innocenzo III (1198-1216), che ricondusse sotto il dominio della Chiesa i territori della Marca e del Ducato, Cerreto entrò quindi a far parte dei domini pontifici.

 

 

Anche se, nel 1232 sembra che Cerreto pagasse ancora il “fodrum” all’imperatore.
L’11 luglio 1221 i cerretani stipularono un atto di sottomissione a Spoleto per contrastare il dominio di Norcia e Ponte, ora frazione di Cerreto di Spoleto ma in passato potente castello, sotto la protezione di Norcia, spesso in lotta con Cerreto per motivi di confine e di opposte alleanze, i Signori di Ponte poi sin dall’epoca feudale avanzavano diritti sul castello dirimpettaio.
Nel 1225 i cerretani furono costretti a giurare fedeltà al cardinale Colonna, rettore del ducato di Spoleto.
Più tardi però tornarono a ribellarsi e nel 1233 furono duramente puniti da Spoleto, la pace fu ristabilita grazie alla mediazione di frate Elia nel 1234 e il castello si sottomise fino al 1240, quando si staccò nuovamente da Spoleto per seguire la fazione ghibellina.
Nel 1241 Federico II lo restituì di nuovo al ducato a cui fu riconfermato dal cardinale Capocci nel 1247, quando il papa, dopo aver scomunicato Federico II nel 1245, in seguito alla sconfitta da questi riportata nel 1248 a Pavia, rientrò in possesso dei ribelli comuni ghibellini che si trovavano nei suoi possedimenti.
Dal 1268, dopo alterne vicende, fu posta sotto il vicariato dei Varano, duchi di Camerino, come premio della fedeltà della potente famiglia alla Chiesa.
Anche Norcia cercò ripetutamente di imporre la propria supremazia su Cerreto cercando subdolamente di istigare il castello alla ribellione nei confronti di Spoleto e successivi episodi di ribellione si ripeterono anche nel 1279 e soprattutto nel 1320 quando il castello si dette a Perugia e gli spoletini non riuscirono a riconquistarlo.
La storia di Cerreto è legata alla lunga contesa tra i comuni di Spoleto e Norcia, che a turno nominavano un podestà da loro scelto, nonché alle lotte tra guelfi e ghibellini che caratterizzarono il periodo medievale fino all’avvento del cardinale Egidio Albornoz e delle sue costituzioni egidiane, con cui vennero riorganizzati in modo centralizzato i territori dello Stato della Chiesa.
Nonostante ciò Cerreto aveva sempre mantenuto una certa autonomia e, dopo il XIII secolo, accrebbe notevolmente la sua forza mantenendosi quasi sempre indipendente, pur continuando ad essere oggetto di dispute fra Norcia e Spoleto.

 

Ciò gli consentì di estendere notevolmente il proprio territorio ed il suo dominio sui vicini castelli entrando a far parte del distretto di Spoleto solo saltuariamente.
Lo statuto più antico di Cerreto, ora andato perduto, ma descritto dal Fabbi nel volume dedicato alla storia dei comuni della Valnerina, risale al 1380… Nel 1425 fu ceduta da papa Martino V a Norcia, ma, per riprendere la sua autonomia e per difendersi dagli attacchi dei nursini, si pose sotto la protezione di Francesco Sforza, prima capitano di ventura al servizio di Filippo Maria Visconti, signore di Milano, poi eletto gonfaloniere della Chiesa dal papa. Così nel 1434, dopo che lo Sforza ebbe occupato Camerino e dopo la morte dell’ultimo Varano, Cerreto firmò l’atto di sudditanza al condottiero milanese, che occupò la comunità nella primavera del 1436.

Nel 1438 i nursini, approfittando di un calo dell’egemonia territoriale di Spoleto impegnato in lotte interne, tentarono nuovamente di impadronirsene, ma poi il castello tornò sotto il dominio dalla città ducale. Per liberarsi da Spoleto, nel 1442, insieme con Ponte, si dette a nuovamente a Francesco Sforza, ma Nicolò Piccinino riportò il territorio sotto la giurisdizione della chiesa e nel 1443 tornò sotto Spoleto per desiderio di papa Eugenio IV.
Le continue lotte fra Spoleto e Norcia finirono per dividere Cerreto in due fazioni.
Solo nel 1446 Spoleto ebbe nuovamente la vittoria; furono ricostruite le mura, riacquistata Rocchetta, che era rimasta sotto il dominio di Norcia e fu riorganizzata l’amministrazione locale.
Protagonisti di queste epoche di fame, guerre, epidemie furono i celebri vagabondi cerretani, meglio noti con il termine di “Ciarlatani“, affabulatori e imbroglioni, celebri per la loro spiccata facondia e capacità di persuadere.
Molti si erano specializzati nella questua in favore di istituzioni ospedaliere e di assistenza.
A partire dal secolo XV l’originaria attività di questua è spesso degenerata in comportamenti che poco avevano a che fare con l’attività benefica sfociando nella vendita delle indulgenze, a fine di lucro, e nell’esorcismo contro la peste e le malattie.
Di essi monsignor Teseo Pini, sul finire del ‘400, scriveva che avevano appreso la falsità, l’arte del raggiro, la furbizia e la destrezza della lingua dal diavolo “loro padre e maestro“.
I cerretani nel Medioevo godevano di una notevole floridezza economica e, si cita sempre monsignor Teseo Pini “divennero famosi per gli appalti che essi prendevano con opere pie ed ospedali, per i quali gestivano le questue, con abile astuzia e simulazioni, sì da far assimilare l’epiteto di cerretano con quello di ciarlatano e imbroglione“…”

I cerretani hanno saputo sfruttare anche questa cattiva nomea: ogni anno in paese si tiene il Festival del Ciarlatano con spettacoli di piazza, vendita di erbe officinali, passeggiate lungo il fiume Nera e buona cucina.

Ad esempio i piatti a base di tartufo nero, abbondante nella zona. Il metodo antico di ricerca dei tartufi impiegava le scrofe che, tenute al guinzaglio, riuscivano ad annusare un tartufo anche a tre metri di profondità “attratte dalla somiglianza tra il profumo del tubero e l’odore degli ormoni sessuali secreti dal verro, il maiale maschio, sarchiavano voraci il terreno e scovavano tartufi a ripetizione…I ciarlatani preparavano elisir d’amore all’essenza del tartufo nero che poi vendevano dappertutto. ”

Tagliatelle al tartufo nero

Le tagliatelle sono fatte come tutte le loro colleghe di altre regioni: uova e farina. Il tartufo si spazzola per bene per togliere ogni residuo di terra e si grattugia o si taglia a lamelle sottilissime. Si mette in un tegamino l’aglio “in camicia”, cioè con la buccia e tutto e un pezzetto di burro. Si cuoce a fiamma bassa (bassissima) per una decina di minuti. Si toglie dal fuoco, si aggiunge un altro pezzetto di burro e il tartufo e si condiscono le tagliatelle. E non sono ciarlatanerie!

 

Grazie a:

I luoghi del silenzio http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-cerreto-di-spoleto-cerreto-di-spoleto-pg/

Umbria Touring http://www.umbriatouring.it/il-tesoro-nascosto-dellumbria/

Annunci

Gli strangozzi, la pasta della ribellione

Nun pòi crede che ppranzo che ccià ffatto  
Quel’accidente de Padron Cammillo.  
Un pranzo, ch’è impossibbile de díllo:  
Ma un pranzo, un pranzo da restacce matto.  
Quello perantro c’ha mmesso er ziggillo  
A ttutto er rimanente de lo ssciatto,  
È stato, guarda a mmé, ttanto de piatto  
De strozzapreti cotti cor zughillo.  
Ma a pproposito cqui de strozzapreti:  
Io nun pozzo capí ppe cche rraggione  
S’abbi da cche strozzino li preti:  
Quanno oggni prete è un sscioto de cristiano  
Da iggnottisse magara in un boccone  
Er zor Pavolo Bbionni sano sano. 

(G.G. Belli, La Scampaggnata) 

spoleto

Dopo che il Barbarossa incendiò Spoleto, nel 1155, la città risorse per mano di Papa Innocenzo III il quale mise le basi per il saldo dominio della Chiesa su tutto il territorio che era stato Ducato Longobardo dal 570 al 1230. Papa Gregorio IX fu il primo dei Vicari di Cristo a stabilire la sua residenza nella città, nel 1230. Il territorio entrò in uno stato di letargo culturale ed economico, interrotto solo dai tentativi di ribellione dei movimenti anti-clericali, moti sedati dalla Chiesa con prontezza.  Le guerre tra Guelfi e Ghibellini che coinvolsero Spoleto dettero un altro duro colpo ai tentativi di sviluppo della città.

Nel 1531 lo Stato Pontificio pensò di rimpinguare le casse imponendo, su tutto il territorio controllato, una tassa sul sale. Il malcontento popolare andò alle stelle. Tentarono di approfittarne i Baglioni, ultima famiglia della cerchia delle signorie, cavalcando lo scontento nel tentativo di rovesciare il dominio papale.

sale

Perugia sognò di riacquistare l’autonomia perduta e tentò la ribellione. La risposta del Vaticano fu immediata e sanguinosa: il primo aprile del 1540, nel territorio perugino furono avvistate milizie pontificie condotte da Pier Luigi Farnese, Gonfaloniere della Chiesa, figlio di Paolo III, descritto nella storia come persona dissoluta e violenta. La sua fanteria era agli ordini del mastro generale di campo Alessandro da Terni. L’esercito pontificio mobilitato dal Farnese (8000 italiani e 400 Lanzichenecchi), iniziò a devastare il territorio di Foligno, Assisi e Bastia, incontrando scarsa resistenza. I rivoltosi erano pochi e male armati, mentre le milizie pontificie erano formate dai migliori capitani di ventura. Perugia fu assediata e molti abitanti fuggirono, stabilendosi a Firenze, Siena ed Urbino. Fu una vittoria eclatante della Chiesa che alla fine della guerra fece costruire la Rocca Paolina, simbolo del totale controllo sul territorio.

Gli Umbri, il popolo, reagi’ bandendo il sale dalle proprie tavole e inventando gli Strangozzi. Spoleto ne divenne la capitale indiscussa. Gli strangozzi presero il nome dalle stringhe di cuoio delle scarpe, usate come unica arma di ribellione dalla popolazione nei confronti dello strapotere clericale: gruppi di ribelli si appostavano in luoghi particolarmente solitari ed assaltavano il prete di turno che avesse avuto la brutta idea di addentrarcisi, strangolandolo con i lacci delle scarpe. Da qui prese il nome la pasta fresca più famosa di Spoleto.

strangozzi

Una pasta “povera”, senza uova, diventate nel regime di austerità al quale il Vaticano aveva sottoposto la popolazione, merce rara di scambio, spesso “sequestrata” dai preti della zona e senza sale. Solo acqua e farina, una specie di fettuccine spesse e a volte arrotolate una ad una su un ferro apposito.

Gli strangozzi alla spoletina sono conditi tradizionalmente con un semplice sugo di pomodoro, aggiungendo peperoncino e una spolverata di pecorino grattato.

Arrivato il benessere i condimenti sono diventati “ricchi”: salsiccia, asparagi selvatici, funghi porcini, tartufo, una delle ricchezze dell’Umbria.

Alla spoletina:

Per la pasta da : Preziosità italiane

125 grammi di farina 00

125 grammi di semola di grano duro rimacinata

125 millilitri di acqua

5 cucchiai di olio

Il sugo:

Pomodori pelati maturi 600

Olio extravergine d’oliva

Peperoncino

Aglio 2 spicchi

Prezzemolo

In una terrina, versate la farina, la semola e aggiungete l’acqua e l’olio, amalgamate il tutto fino a che gli ingredienti non si siano uniti per bene.

Ponete l’impasto, ottenuto, su una spianatoia e continuare ad impastare fino ad ottenere un impasto compatto e omogeneo.

Formate un panetto, avvolgetelo nella pellicola trasparente e lasciatelo riposare per circa 20 minuti, passato il tempo, stendete con l’aiuto di un mattarello, fino ad ottenere una sfoglia spessa di circa due centimetri, spolveratela di farina e avvolgete su se stessa, tagliate delle striscioline di circa mezzo centimetro di larghezza. Aprite con le dita tra le striscioline di pasta, per srotolarle e infarinatele per evitare che si attacchino. Il risultato finale sono degli spaghettoni spessi e lunghi.

Tagliate in quarti i pomodori, rosolate due spicchi d’aglio nell’olio con il peperoncino. Appena imbiondito togliere l’aglio e aggiungere i pomodori. Quando il sugo ha raggiunto una certa consistenza e la pasta è cotta, saltarla nel sugo e cospargere di prezzemolo. Spolverare di parmigiano e pecorino.

Un detto spoletino avverte che gli strangozzi devono essere impastati “a culu mossu”, muovendo cioè i fianchi e non solo le mani. Vedete voi, comunque sia sarà un successo.